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Di Paola, non solo F35: pressioni anche per un altro aereo patacca
Scritto da Administrator   
domenica 05 febbraio 2012
da Il Fatto Quotidiano 

Rocco Buttiglione spiega al Fatto: "Ho avuto impressione che intorno a quell'affare ci fosse un enorme giro di tangenti. Io ne fui testimone”

L’Italia che ripudia la guerra, e accetta sacrifici e sobrietà, non rinuncia ai 131 cacciabombardieri F35 di fabbricazione americana: un mutuo nazionale di 14 anni che costa 15 miliardi di euro. Il governo ha tergiversato, promesso e ritrattato, finché l’ammiraglio, ministro per la Difesa, ha rimosso scrupoli e risparmi: “Sbagliato cambiare idea”. Non poteva smentire se stesso, nonostante le incognite tecnologiche che turbano gli americani e le ritirate strategiche di Australia, Norvegia e Danimarca. Il protocollo d’intesa (2002) indica la firma di Di Paola, all’epoca segretario generale al ministero nonché componente Nato.

Non è mai semplice per la Difesa sigillare operazioni miliardarie. E il ministro è protagonista di una seconda vicenda. L’’ex responsabile armamenti Di Paola, che conosceva la pratica per l’incarico che ricopriva (marzo 2001-marzo 2004), ricorderà il putiferio per l’adesione italiana al consorzio europeo – con investimenti totali per 25 miliardi di euro, di cui 8 a carico di Roma – per la costruzione di 175 Airbus A 400 M, un quadrimotore per il trasporto militare. A distanza di 11 anni, oggi, cadono le resistenze diplomatiche e le ritrosie personali, allora si può raccontare perché l’Italia deluse francesi e tedeschi. Quelli che aspettano la consegna del primo esemplare con 6 anni di ritardo, esordio previsto per il 2007 e rimandato al 2013: “Ho avuto impressione che intorno a quell’affare ci fosse un enorme giro di tangenti, io ne fui testimone, e così scrissi una lettera al presidente del Consiglio”, denuncia al Fatto Rocco Buttiglione, ministro per le politiche europee nel governo di Silvio Berlusconi che annusò per primo le maniere sporche.
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Il manifesto di Napoli
Scritto da Administrator   
domenica 05 febbraio 2012
La piattaforma politica per la realizzazione di una rete dei Comuni per i beni comuni: piena attuazione del referendum sull'acqua, processo costituente per un'Europa sociale, democratica e federale, sostegno alla Fiom, confronto con i movimenti, diritti ai migranti.

(Redatto sulla base della relazione introduttiva, del dibattito seminariale e delle relazioni in plenaria al Forum di Napoli sui beni comuni).

Le amministratrici e gli amministratori locali, insieme alle cittadine e ai cittadini che hanno partecipato a Napoli al primo Forum dei Comuni per i beni comuni, il 28 gennaio 2012, ritengono indispensabile la prosecuzione dell'esperienza iniziata a Napoli per costruire insieme una rete permanente di amministratori per i beni comuni, a partire dalla necessità di un impegno reale e concreto per i beni comuni e la democrazia partecipativa da parte di tutti coloro i quali intendano proseguire nel cammino intrapreso verso la costruzione di un'autentica alternativa che parte dal basso; in particolare, assumono come indispensabile l'assunzione di una piattaforma politica condivisa, su cui impegnarsi attraverso l'adozione di coerenti pratiche locali e l'apertura di vertenze nazionali; questa piattaforma si basa sui seguenti obiettivi:

1. Piena attuazione della volontà referendaria espressa lo scorso 13 giugno, attraverso una mobilitazione immediata contro l'art. 26 del Decreto Monti bis che riproduce inasprendola la legislazione abrogata dal referendum. Sono i ventisette milioni di cittadine e cittadini che hanno votato sì ai referendum sull'acqua e contro il nucleare a legittimare il processo dei comuni per i beni comuni: la loro voce, proveniente dai territori va trasmessa al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio.

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Per un nuovo mutualismo: praticare l'obiettivo
Scritto da Administrator   
domenica 05 febbraio 2012
 di Pino Ferraris

Giovedì 2 febbraio ci ha lasciati Pino Ferraris, amico e collaboratore di Sbilanciamoci.info. Lo ricordiamo affettuosamente pubblicando un articolo tratto dall'ultimo numero della rivista di pedagogia e intervento sociale "Gli Asini", dove sottolinea l'attualità dei valori del mutualismo

Alcune riflessioni a caldo, prendendo spunto da due interventi all’interno del dibattito che si è sviluppato, all’inizio di dicembre, dai gruppi che si sono incontrati al Mammut di Napoli per discutere del “sociale”, della sua condizione, degli sviluppi che probabilmente prenderà e di quelli che sarebbe bene tentare di imprimergli.

Il primo è offerto dal racconto di Marina Galati della Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme, che ha confrontato due episodi di mobilitazione sociale (l’occupazione dell’Azienda sanitaria per ottenere diritti negati ai disabili) concentrati nella stessa località ma in epoche diverse. In esso si sottolineano con forza i mutamenti nella configurazione della questione sociale che sono venuti avanti in questi ultimi tempi e che richiedono nuovi modi del fare società. L’esperienza riportata parla della transizione da una mobilitazione sociale di strati marginali e minoritari della società (i venti disabili che occuparono l’azienda trent’anni fa) ad una recente iniziativa che ha coinvolto più ampie fasce sociali (comprese le famiglie, gli operatori sanitari stessi e addirittura una parte della polizia municipale che hanno occupato l’azienda alla fine dello scorso anno), frutto di nuove alleanze tra aree storiche di marginalità sociale e nuove figure sociali “vulnerate” dalla crisi in atto.

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Giacchè: Il problema non è la finanza
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venerdì 03 febbraio 2012
 | Fonte: Il Fatto Quotidiano | Autore: Vladimiro Giacchè

Se oggi si facesse un sondaggio sulle cause della crisi, ben pochi citerebbero obbligazioni strutturate, prodotti derivati, inefficacia del risk-management e simili. Questo perché molte delle cause presunte che hanno riempito i giornali all'inizio della crisi sono poi scomparse dal proscenio, per essere riassunte in una categoria interpretativa più generale: la "finanza ", o – detto in altri termini – la "finanziarizzazione dell'economia". E la spiegazione prevalente della crisi è diventata questa: "Si tratta di una crisi finanziaria che ha contagiato l'economia reale".

Questa metafora rappresenta tuttora la più popolare chiave di lettura della crisi. Purtroppo è sbagliata. Per diversi motivi. A cominciare dal fatto che la sequenza temporale che suggerisce (prima la crisi finanziaria, poi la crisi economica) è rovesciata rispetto a quella reale. Infatti a livello finanziario i primi problemi si manifestarono nel 2007 in relazione ad alcuni prodotti finanziari legati ai mutui subprime americani. Si trattava di mutui ad alto rischio concessi a cittadini americani con redditi bassi. Spesso il mutuo bancario copriva il 100% del valore dell'immobile (o addirittura di più), in cambio di interessi più elevati sul credito concesso. Tutta l'o p e ra z i o n e si basava sul presupposto che il prezzo degli immobili, in forte crescita da anni (tra il 2000 e il 2005 sia i prezzi delle case che l'ammontare dei mutui contratti dalle famiglie americane raddoppiarono), avrebbe continuato a salire. In questo modo il valore degli immobili acquistati sarebbe aumentato, permettendo ai loro proprietari sia di rivendere le case realizzando un profitto, sia di accendere ulteriori ipoteche sull'im - mobile con cui pagare il credito acceso con la banca o magari finanziare il credito al consumo. Ma a un certo punto il prezzo degli immobili cominciò a scendere.

L'inversione di direzione del mercato immobiliare negli Stati Uniti era già chiara all'inizio del 2006, cioè oltre un anno prima dell'inizio della crisi finanziaria. Non solo: una ricerca pubblicata dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico nell'aprile 2009 ha evidenziato come il settore delle costruzioni Usa fosse in affanno già da due-quattro anni, precisamente a causa di "un problema di eccesso di offer ta". Per un certo periodo – così si legge nella ricerca – è sembrato che "una forte spinta alla domanda attraverso un'estensione delle facilitazioni creditizie avrebbe potuto compensare i problemi dal lato dell'offerta. Ma alla fine si è dovuto pagare pegno all'economia reale". In prima linea, tra le "fa - cilitazioni creditizie", ci sono per l'appunto i mutui subprime, che in pochi anni passano dal 10% dei nuovi mutui (periodo 1998-2003) al 40% nel 2006. Credito e finanza servono quindi a "s p i n ge re " la domanda di case, che cominciava a essere in affanno e non riusciva più a coprire l'offerta. Ma siccome la cosa non può durare all'infinito, il meccanismo a un certo punto si inceppa. La conclusione che i ricercatori dell'Ocse traggono dalla loro analisi è ovviamente espressa in termini diplomatici: "rispetto all'assunto che il deterioramento dell'economia reale sia stato semplicemente causato dalla crisi finanziaria, i dati danno sostegno a una relazione più complessa" (Oecd 2009). Detto in termini meno diplomatici: non è la crisi finanziaria ad avere contagiato l'economia reale, è vero il contrario. I problemi manifestatisi nel settore immobiliare degli Stati Uniti, ossia nell'economia reale, hanno fatto crollare il valore dei titoli finanziari costruiti attorno ai mutui subprime.

 

 
LETTERA APERTA AL SINDACO DI TORINO PIERO FASSINO
Scritto da Administrator   
venerdì 03 febbraio 2012


L’Associazione nazionale Nuova Colombia, che da anni denuncia all’opinione pubblica italiana le sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime oligarchico ai danni del popolo colombiano, e che si batte instancabilmente affinché si giunga ad una soluzione politica e pacifica del conflitto sociale e armato che insanguina la Colombia da oltre sessant’anni, apprendendo dagli organismi di stampa che lo scorso 14 gennaio Lei ha ricevuto il Vicepresidente della Colombia, Angelino Garzón, al Palazzo Civico di Torino,
intende metterla a conoscenza di alcuni dati che evidentemente ignora.
Forse non sa che la Colombia è stata e continua ad essere il paese più pericoloso al mondo dove svolgere attività sindacale. Dopo solo un anno dall’insediamento di Juan Manuel Santos alla Presidenza della Repubblica (Agosto 2010), sono stati assassinati impunemente 28 sindacalisti, 36 difensori dei diritti umani e 18 dirigenti agrari; parimenti, non si contano le intimidazioni e le minacce subite dall’opposizione politica, sindacale e sociale al governo. Nei soli primi tre mesi dell’amministrazione Santos, secondo quanto denunciato anche dal Polo Democratico Alternativo, sono 50 gli oppositori politici trucidati dal terrorismo di Stato.
Il Vicepresidente Angelino Garzón, al pari di tutto l’esecutivo di cui fa parte, conosce molto bene queste cifre agghiaccianti, che a seconda del contesto e degli interlocutori di turno cerca di occultare o minimizzare; costui è altresì consapevole che, durante il precedente governo guidato da Alvaro Uribe (che come premio per la sua “buona condotta”, lo nominò nel 2009 Rappresentante Permanente della Colombia all’Organizzazione Internazionale del Lavoro a Ginevra), sono oltre 570 i sindacalisti caduti sotto il piombo statale. 
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ACQUA: 27 MILIONI DI VOTI NON RISPETTATI
Scritto da Administrator   
giovedì 02 febbraio 2012



 
Stanno privatizzando il diritto del lavoro
Scritto da Administrator   
giovedì 02 febbraio 2012
| Fonte: il Manifesto | Autore: UMBERTO ROMAGNOLI

L'articolo 8 della manovra anti-crisi di ferragosto (legge 148/2011) spiana la strada alla disseminazione di una quantità imprecisabile di particolarismi regolativi incistati nelle periferie aziendali e/o territoriali del sistema paese. Il che lascia prevedere l'incontrollata disgregazione di un corpus normativo come il diritto del lavoro che, sia pure con fatica, aveva acquistato ed era riuscito a conservare una propria organicità e una propria identità. Per questo tutti i commentatori concordano che l'articolo 8, anche se la mentalità perversa del suo autore gli attribuisce una valenza liberatoria, ha materializzato un incubo da Apocalisse. Finora, però, non è stato notato che in greco questa parola non significa soltanto distruzione. Significa anche rivelazione di cose nascoste. 

In effetti, è come se l'art. 8 sollevasse un velo, rendendo palese quel che celava una prassi circondata da vasti consensi. La norma cioè estremizza la logica privatistica sulla quale si è venuto costruendo con dogmatica durezza, nel dopo-Costituzione, l'impianto politico-culturale di un settore cruciale dell'esperienza giuridica. Pur non essendone a rigore la conseguenza necessitata e inevitabile, non segna nemmeno una netta cesura. Tutt'al contrario, si colloca lungo una linea di continuità col processo di de-costituzionalizzazione che ha fatto defluire ed ha allontanato il lavoro, le sue regole e il sindacato, dalla sfera dell'interesse pubblico rappresentato dallo Stato e presidiato dalle leggi. Essendone l'approdo finale, la norma ne svela l'interna coerenza di svolgimento fino a celebrarne l'apologia. Peraltro, l'autore dell'art. 8 si propone di andare oltre la dissoluzione in ambito privatistico del diritto del lavoro. Si propone di esorcizzare programmi di politica del diritto che, come lo Statuto dei lavoratori, sono uno sviluppo deduttivo del seguente principio: senza la libertà dei privati il lavoro non può spostare in avanti l'equilibrio dei rapporti di forza col capitale, ma la libertà dei privati da sola non basta a metterlo in sicurezza. Ecco, allora, il messaggio trasmesso dall'art. 8: lo Stato con le sue leggi e i suoi apparati coercitivi o di controllo deve rimpicciolire il suo ruolo, ritrarsi e poi sparire dall'orizzonte del diritto sindacale e del lavoro - irrilevante essendo che lo Stato abbia la forma di «una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Fondata sul lavoro legale, la cui accessibilità essa medesima si obbliga a promuovere (art. 4), retribuito con un salario «sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa» (art. 36), protetto da un welfare idoneo a fornire mezzi adeguati per fronteggiare situazioni di bisogno (art. 38), munito del diritto di auto-organizzarsi, sia per negoziare i trattamenti minimi inderogabili (art. 39), che per gestire la lotta sindacale (art. 40). 
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Fiom: manifestazione nazionale del 11 febbraio
Scritto da Administrator   
giovedì 02 febbraio 2012
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L'Osa mette una lapide sull'opposizione
Scritto da Administrator   
giovedì 02 febbraio 2012

Ricardo Seitenfus © (Foto G. Trucchi)

Rappresentante in Nicaragua assicura che Daniel Ortega ha vinto nettamente le elezioni

Il nuovo rappresentante dell'Osa (Organizzazione degli Stati Americani) in Nicaragua, Ricardo Seitenfus, ha messo oggi (31/1) una lapide sulle insistenti denunce dell'opposizione liberale, circa la presunta frode elettorale commessa dal Fsln (Fronte sandinista di liberazione nazionale) lo scorso 6 novembre. Il diplomatico ha infatti dichiarato in modo categorico che il vincitore delle elezioni è stato Daniel Ortega con un'ampia maggioranza di voti e che l'opposizione non ha mai avuto nessuna possibilità di vittoria. 

Durante una conferenza stampa a Managua, Seitenfus ha spiegato che nonostante nella relazione finale della missione di osservazione elettorale dell'Osa non si dica che Ortega abbia vinto con il 62 per cento dei voti, il conteggio veloce (quick count) realizzato il giorno delle votazioni rivela una vittoria del leader sandinista con il 59,8 per cento dei voti.  
  
- Ascoltare dichiarazioni di Ricardo Seitenfus  



Per la prima volta dalle elezioni di novembre un funzionario di alto livello dell'Osa ha parlato senza timori del conteggio veloce realizzato dalla missione di osservazione, mettendo in questo modo in seria difficoltà l'opposizione liberale, parte della società civile e la stessa Chiesa cattolica, che continuano a sostenere la tesi della frode elettorale. Una tesi sostenuta con forza dall'ex candidato liberale Fabio Gadea Mantilla, il quale si è addirittura proclamato Presidente costituzionale del Nicaragua.

Oltre a garantire la totale affidabilità del conteggio veloce dell'Osa, Seitenfus ha anche assicurato che l'opposizione non ha mai avuto la benché minima possibilità di vincere le elezioni. "No (non ne ha avuto la possibilità), e credo che sia stato anche chiesto a un altro rappresentante di missioni di accompagnamento di osservazione elettorale se ci fosse stato un vincitore. La risposta è stata che sì c'era un vincitore e che era il presidente Daniel Ortega, secondo il conteggio veloce dell'Osa", ha detto Seitenfus.  
  
Il rappresentante dell'Osa ha anche chiarito che questa organizzazione internazionale è venuta in Nicaragua per osservare le elezioni e non per giudicare se un candidato avesse i requisiti per partecipare alle elezioni - in chiaro riferimento alle denunce fatte dall'opposizione circa la candidatura illegale di Ortega-. "Questa è una funzione che spetta alle istituzioni nicaraguensi e sono la Corte suprema di giustizia e il Consiglio supremo elettorale a decidere, non noi", ha spiegato.
 
Seitenfus ha inoltre ricordato ai presenti che nessun candidato, partito o Stato membro dell'Osa si è opposto veramente alla candidatura di Ortega, presentando una denuncia formale alla Cidh (Corte interamericana dei diritti umani) o alla stessa Osa. "Mi domando: quale Stato lo ha fatto? Nessuno. Quali sono le ragioni? Le ignoro", ha sottolineato.  
  
Oltre a costituire un grave smacco per l'opposizione e per la sua sterile strategia, queste dichiarazioni mettono anche in difficoltà lo stesso Dipartimento di Stato nordamericano e alcuni Paesi europei - Germania e Francia -, i quali hanno funto da cassa di risonanza delle denunce dell'opposizione e hanno minacciato tagli alla cooperazione e pressioni sulle banche multilaterali - Banca mondiale e Banca interamericana di sviluppo -, affinché riconsiderino i finanziamenti già stanziati o futuri per progetti di sviluppo nel Paese.  
  
Durante la conferenza stampa, Ricardo Seitenfus è stato comunque molto chiaro nel segnalare l'urgente necessità di riformare l'intero sistema elettorale, evidenziandone i gravi difetti tra cui l'estrema partitizzazione. "Non si può essere giudice e parte allo stesso tempo. È necessario e urgente departitizzare il sistema elettorale nicaraguense e avere un Consiglio supremo elettorale formato da magistrati inamovibili, eletti con criteri di responsabilità, di affidabilità, di permanenza e di indipendenza", ha concluso.
 
 
© (Testo Informe Pastrán Foto Giorgio Trucchi  - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione  Italia-Nicaragua - www.itanica.org ) 


 
Nestlé sotto processo. Avrebbe spiato gli attivisti di Attac
Scritto da Administrator   
lunedì 30 gennaio 2012
 

La multinazionale svizzera avrebbe incaricato una società privata di spiare gli attivisti che stavano preparando un libro denuncia. Almeno due agenti sarebbero stati infiltrati nel gruppo, fornendo rapporti riservati. Il processo ricomincia a Losanna, le udienze sono aperte al pubblico. Un`irrepetibile occasione per conoscere il modus operandi di Nestlé.
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Il 25 gennaio la multinazionale Nestlé e l`azienda di sicurezza privata Securitas si sono presentate in tribunale a Losanna, per difendersi dall`accusa di aver spiato il movimento 'no-global` ATTAC. Questo processo, rimandato da lungo tempo, svelerà finalmente il segreto calato su questo scandalo.

Nestlé e Securitas sono accusate di sorveglianza illegale e violazione della privacy dei membri di ATTAC. Il procedimento è iniziato dopo che la Televisione della Svizzera Romanda rivelò – il 12 giugno 2008 – che un gruppo di attivisti del Canton Vaud, che stavano lavorando a un libro su Nestlé, è stato infiltrato e spiato da un addetto di Securitas su mandato della multinazionale svizzera.

La donna si inserì nel 2003 nel gruppo di attivisti usando il falso nome 'Sara Meylan`. Partecipò agli incontro, anche a casa dei membri del gruppo, e ottenne accesso a informazioni interne, tra cui le ricerche degli autori del futuro libro, le loro fonti, i contatti in Svizzera e all`estero.

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