Alle elezioni amministrative c’è stato un proliferare di liste civiche con l’appellativo “bene comune” cosa ne pensi?
«Il bene comune è una chiave di lettura teorica che ha consentito di mettere in comunicazione prassi di lotta che erano altrimenti isolate. La migliore azione civile e politica che credo di aver compiuto ultimamente è stata quella di contribuire ad aprire un dialogo fra il Teatro Valle Occupato e gli abitanti della Val di Susa. C’è un nesso forte fra la mercificazione della cultura e un treno che devasta il territorio. C’è identificazione intorno ad una categoria nuova e mobilitante che cerca di rompere la tenaglia fra lo Stato e la proprietà privata, capace di opporsi al processo che produce solo ricchezza in mano a pochi. Ma la categoria “bene comune” rischia di essere inflazionata e utilizzata in maniera inaccettabile. A me lascia interdetto vedere Pierluigi Bersani parlare da un palco con la scritta “beni comuni”. Il Pd ha partecipato a tutte le nefandezze per distruggere questo concetto e da veramente fastidio vederlo sbandierato da loro. Si rischia insomma una ambiguità anche se i beni comuni possono essere un grimaldello efficace che certamente va integrato con i temi del lavoro e dell’ambiente. Ma anche questo non basta, evidentemente c’è anche una crisi del linguaggio. Per caratterizzarsi dobbiamo definire una direzione precisa e una prassi molto radicale fatta di azioni dirette e radicali di cui non potrà appropriarsi Bersani».
Le forze presenti in parlamento, definiscono tutto ciò che si muove fuori dai propri schemi sotto la categoria dell’antipolitica. Una definizione usata per Grillo per i movimenti e per chi non accetta certi diktat, cosa ne pensi?
«La di diffamazione dell’avversario è un tipico strumento del potere, del resto i nazisti chiamavano “banditi” i partigiani. La politica di resistenza viene chiamata antipolitica, si tratta di una strategia dispregiativa di concentrazione del potere e di esclusione di chi non è interno alle sue logiche. Non si accetta il disagio sociale. Io ritengo il voto a Grillo come un fenomeno profondamente politico. Oggi sembra essere l’atto più forte a disposizione di chi ancora vuole ancora andare a votare e non si sente rappresentato. Rispetto sia l’ astensionismo che il voto a Grillo e penso che riempirsi la bocca di forme sminuenti sia profondamente sbagliato. Grillo è un comico che si sta dando all’impegno politico, a volte il suo atteggiamento è sbagliato certi suoi toni a me non piacciono e non fanno parte della mia cultura, cerco di costruire una opposizione più radicale e ragionata ma questo è il mio punto di vista. Di fronte c’è un livello tale di autoritarismo, una cultura dominante così fascistoide che si utilizza, verso ogni disagio e ogni sua espressione, il pugno sul tavolo, le ragioni della forza più che la forza dei ragionamenti. Quello che noi critichiamo di Grillo non è tanto lo stile retorico ma il verticismo tipico di certe forme organizzative. Quando un progetto politico si incarna in una sola persona questi diviene facilmente oggetto di ricatto e di corruzione. Se viene sminuito il leader, lo si sta vedendo anche con Berlusconi, sparisce anche il progetto. Il leaderismo è pericoloso meglio se i processi marcino su tante gambe e meglio che, nonostante i limiti imposti dalla società dello spettacolo, se si è in molte e molti a ragionare e a proporre».