Ma allora perchè autorità che formulano previsioni e società di rating che danno giudizi di affidabilità sono sempre più determinanti ed influenti? Perché le loro analisi riempiono le prima pagine ed influenzano le scelte politiche e gli stessi risultati elettorali come si è visto in Spagna e Grecia? Non è paradossale che proprio quando l’attendibilità scientifica dei modelli previsionali diminuisce, il loro “peso politico” aumenti?
La risposta a queste domande la si trova affrontando il secondo quesito: come si misurano gli effetti dei “provvedimenti di riforma”?
Abbiamo visto durante il parto della cosiddetta riforma del lavoro come la ministra Fornero doveva arrampicarsi sugli specchi per rispondere a una semplice domanda dei sindacati: perchè facilitare i licenziamenti aumenta l’occupazione e favorisce la crescita?
In realtà un perché dimostrabile non c’era e non c’è perché il ragionamento che sta alla base si fonda su un assunto “ideologico”: se un datore di lavoro può licenziare più facilmente sarà più propenso ad assumere e, se assume, aumentano produzione e produttività.
Ma a chi obiettava che questa relazione non si può dimostrare, la risposta era pazientate, vedrete. Qui si può tornare al nostro ragionamento sulle previsioni.
Esse, quelle dell’Fmi e quelle della Ernst&Young, assumono le politiche di “riforme strutturali” come portatrici di maggiore competitività e di risanamento finanziario, e si sforzano di “quantificarne” gli effetti. È il loro lavoro e lo fanno con gli strumenti di cui dispongono.
Ma anche qui va precisato che non esistono algoritmi che misurino gli effetti della licenziabilità sulla competitività e sullo sviluppo e che gli scenari che si costruiscono con questi assunti sono influenzati da valutazioni soggettive e fortemente aleatorie.
Avrebbe senso, perciò, dire che possono avere una certa attendibilità le previsioni a brevissimo termine, mesi e al massimo un anno, ma che quelle che vanno oltre hanno un’attendibilità vicina allo zero.
Solo che l’intreccio tra politica e tecnocrazia che si è creato produce una spirale perversa: i tecnici dettano le cose da fare ai politici e se i risultati non si vedono li incoraggiano prevedendo che verranno e invitandoli a proseguire; i politici traggono così coraggio e si autolegittimano dicendo: vedete che i tecnici ci dicono di andare avanti perché dopo le cose andranno bene?
Insomma è sempre più chiaro che tecnici e politici si sostengono a vicenda.
Ma la realtà è che lo spread aumenta, che tutti i fondamentali non danno segni di miglioramento e che man mano che il tempo passa, le previsioni si fanno sempre più pessimistiche.
Sarebbe ora, perciò, di chiedersi: perché a quasi cinque anni dalla esplosione della crisi e dopo tanti e pesanti interventi le cose non migliorano?
Per trovare una risposta a questa domanda occorrrebbe un vero e proprio capovolgimento di ruoli: la politica dovrebbe fare uno scatto di autonomia e chiedere conto ai tecnici del perché i tanti interventi non hanno prodotto i risultati attesi.
La politica dovrebbe dotarsi di un’analisi autonoma delle origini e della natura della crisi, riconoscere che se l’origine della crisi è una bolla speculativa e se per tamponarla si è fatto ricorso a debito pubblico, in una fase di stagnazione economica che non genera risparmio, la soluzione non può stare in una perenne austerità, ma nella regolamentazione dei mercati finanziari e nell’addossare anche alle banche il peso del riequilibrio.
E se la crisi di liquidità crea una rincorsa ai titoli degli stati forti mettendo ulteriormente in difficoltà i paesi con un elevato indebitamento, in Europa l’unica via di uscita dalla crisi sta nel farsi carico a livello europeo delle eccedenze di debito oltre una certa soglia.
Insomma il problema del debito non si può affrontare restandone prigionieri, ma andando alla radice della crisi, neutralizzando la speculazione e dando anche tempi ragionevoli per poter mettere mano alla spesa pubblica, magari cominciando in ordine alfabetico dalle voci Afghanistan e Armamenti.
Se non si fa questo e si continuano a utilizzare gli scenari previsionali per proseguire in politiche che si dimostrano essere fallimentari, un solo scenario rischia di avverarsi: nei prossimi mesi l’attacco finanziario continuerà, saremo costretti a ricorrere al salvataggio europeo e dovremo accettare le condizioni che verranno poste; dovremo perciò proseguire nella politica di austerità e, siccome questa sicurezza ai mercati la può dare solo chi questa politica l’ha iniziata, dovremo assicurare che proseguiremo nella stessa direzione e con la stessa guida.
E così il giro è concluso: i mercati ci hanno fatto liberare di Berlusconi e scegliere Monti, adesso ci imporranno di proseguire con Monti, magari riutilizzando lo spauracchio del vecchio istrione.















Adesso il Fondo Monetario Internazionale di scenari sulla situazione italiana ne ha formulati addirittura sette e lo ha fatto considerando le diverse politiche che potranno essere fatte.